Chiusi in una stanza. Ragazzi Hikikomori.

Il fenomeno degli hikikomori nasce in Giappone intorno agli anni Ottanta e significa, letteralmente, “stare in disparte, isolarsi”. Qui in Italia parliamo di ritiro sociale.

Ci sono due finestre temporali, due fasi evolutive critiche, che mettono il giovane di fronte ad una crisi e possono spingerlo, come ultima soluzione, al ritiro dalle scene sociali.

Una di queste fasi è l’adolescenza, indicativamente tra gli ultimi anni della scuola secondaria di primo grado e l’ingresso nella scuola di secondo grado. Tra i compiti evolutivi a cui ogni adolescente è chiamato a rispondere c’è l’apertura verso il mondo dei pari e la sperimentazione di sé fuori dal contesto familiare, alla ricerca di una identità tutta ancora da definire, un corpo nuovo da conoscere, accettare ed esibire, il tutto durante un turbinio emotivo non semplice. Tutti questi compiti mettono inevitabilmente l’adolescente in contatto con i suoi limiti, che lo rendono meno speciale di quanto apparisse durante l’infanzia e il vissuto che ne segue, per molti, può essere particolarmente frustrante. Può accadere allora che i ragazzi, specialmente se molto investiti dalla propria famiglia e dal mondo adulto che lo circonda, iniziano a provare una forte paura di poter fallire di fronte alle nuove prove a cui sono chiamati: la vergogna diventa un sentimento difficile da tollerare. Crescono i livelli di ansia, che impediscono ogni movimento e spontaneità, e il timore del fallimento diventa un pensiero quotidiano: il vero rischio non è il presente, ma il futuro e il rapporto con quello che si vorrebbe essere, o che finora si pensava di essere, e la realtà, fatta di sbagli, cadute e limiti, tutto questo intollerabile per i ragazzi hikikomori. Sto parlando di quello che noi definiamo ideale dell’io grandioso: un’immagine di perfezione irraggiungibile.

La nostra società e il nostro tempo in questo non aiuta: siamo nell’era della competizione, della perfezione, del narcisismo. Il sistema scolastico e sociale, compresa la famiglia, risulta essere molto richiestivo e competitivo, la relazione tra i pari e l’incontro con l’altro sesso si muove sulle stesse basi: la bellezza, la popolarità (penso ai social) e il successo personale diventano degli organizzatori di significato fondanti la personalità. I giovani possono allora sperimentare un forte stato di ansia e insicurezza legato al timore di essere giudicati e rifiutati, nonché la vergogna per i propri limiti. È così che l’unica soluzione accettabile per proteggere il proprio sé ferito è quella di rinchiudersi nella propria stanza, lasciando fuori dalla porta il resto del mondo, compresa, nei casi estremi, la famiglia.

Dinamiche molto simili possono accadere nell’altra fase evolutiva critica, nel passaggio dall’adolescenza all’età adulta (indicativamente tra l’ultimo anno delle scuole superiori e i primi anni dell’università). In questo caso la fine di una quotidianità organizzata finora dagli adulti (la scuola in primis) e l’assunzione di ruoli di responsabilità, compresa la definizione di quello che si desidera fare e del proprio ruolo sociale, diventano richieste a cui il giovane adulto non riesce a rispondere e che scatenano gli stessi dolorosi sentimenti che ho descritto precedentemente.

Erroneamente si pensa che la dipendenza da internet sia la causa scatenante il ritiro sociale, problematica spesso presente e che ha una grande valenza prognostica. Niente di più sbagliato! È la fatica a tollerare i vissuti dolorosi che si sperimentano nella vita quotidiana che spinge i ragazzi ad autorecludersi dentro casa. Al contrario, internet e le varie realtà virtuali permettono di mantenere un contatto con la vita e scongiurare un vero e proprio crollo psicotico. Nel mondo virtuale questi ragazzi hanno la possibilità di sperimentare parti di sé nuove, ruoli e identità finora sconosciuti, creare amicizie, avere informazioni sul mondo reale e attuale, mettere per il momento a tacere e nascondere un corpo che faticano ad accettare. Le soluzioni estreme che spesso adottano alcuni genitori, disperati e impotenti di fronte al ritiro del figlio, come quelle di interrompere la connessione internet ai loro figli, diventano non solo inefficaci ma anche pericolose.

In questi casi è più che mai importante chiedere aiuto e attivare una rete di supporto che sblocchi la situazione e rimetta in circolo lo sviluppo evolutivo.

Dott.ssa Sara Cappelli, Psicologa clinica e Psicoterapeuta Psicoanalitica specializzata in Infanzia, Adolescenza e Coppia

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